Risanare l’azienda in crisi: alternative alla liquidazione

Pubblicato mercoledì 15 mar 2017 alle 05:59PM in Finanziario Assicurativo

Non tutte le aziende in crisi falliscono, si possono anche risanare

Ormai da diversi anni l’economia italiana è stata coinvolta in un importante processo di crisi economica e finanziaria. Questa crisi ha coinvolto la maggioranza delle imprese italiane e in molti casi ha provocato anche la chiusura di alcune di esse.
La crisi dell’impresa solitamente si caratterizza in una riduzione del fatturato e/o in un aumento della difficoltà nel far fronte alle scadenze dei propri debiti. Un’azienda infatti non è in crisi se, nonostante la riduzione del fatturato, riesce ad aumentare i propri margini di guadagno, magari grazie ad una politica più attenta riguardo i costi di gestione. Viceversa un’impresa può trovarsi in una grave crisi nonostante registri un volume di fatturato crescente rispetto agli anni precedenti. Questo può essere dovuto sia alla difficoltà nell’incassare tali fatturati, sia al fatto che i debiti che gravano sull’impresa sono eccessivi rispetto alla realtà aziendale.

In linea generale quando una impresa capisce di essere giunta alla fine della propria vita economica, apre la fase della cosiddetta liquidazione, con la quale l’imprenditore trasforma in “liquidi” la sua azienda. In concreto, con la liquidazione l’imprenditore vende i macchinari e tutti i beni dell’azienda, riscuote i crediti e con quanto incassato paga i creditori. Se, dopo aver pagato tutti i creditori, dovesse avanzare una somma di denaro, quest’ultima spetta all’imprenditore.

Ma la liquidazione non è l’unica via da seguire quando l’azienda è in crisi. Il legislatore, infatti, ha previsto una serie di strumenti che possono aiutare l’imprenditore coinvolto in una crisi d’impresa a salvare la propria azienda, evitando così di dover ricorrere al fallimento.  La legge prevede questi istituti per salvaguardare il cosiddetto “bene impresa”, ossia tentare di salvare l’impresa in crisi piuttosto che indirizzarsi immediatamente alla chiusa chiusura. Questi particolari istituti mirano a risistemare la situazione finanziaria dell’impresa, in modo tale che possa tornare a operare normalmente, conservando la propria ricchezza e i posti di lavoro. Grazie a queste alternative, il capo d’azienda tanta di concludere degli accordi con i propri creditori, centrato sulla riduzione del debito e/o sulla riformulazione delle scadenze del debito stesso, al fine di dare una boccata d’ossigeno alla propria attività.

Piano di risanamento attestato

Il piano di risanamento attestato consiste in un accordo privato che l’imprenditore presenta a tutti o a una parte dei creditori, con il quale vengono proposte una serie di atti, pagamenti e garanzie finalizzate al risanamento dell’esposizione debitoria e al riequilibrio della situazione finanziaria-patrimoniale dell’impresa.

Concretamente il piano consiste in un atto, dal contenuto più vario, con il quale l’imprenditore tenta di risanare la crisi aziendale e che necessità dell’adesione da parte dei creditori. È completamente privato e non necessita di nessun intervento da parte del giudice. È prevista comunque, a favore dell’imprenditore, la possibilità di pubblicare il piano nel registro delle imprese.

Il piano di risanamento viene adottato dall’organo amministrativo dell’impresa, solitamente il consiglio di amministrazione, ed è necessario che un professionista indipendente, nominato dal debitore, attesti l’idoneità del piano a consentire il risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa, nonché ad assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria. Il professionista attestatore deve essere iscritto a particolari ordini professionali, quali ad esempio l’albo degli avvocati o l’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.

Il maggior effetto derivante dal piano di risanamento attestato è sicuramente l’esonero da revocatoria degli atti, dei pagamenti e delle garanzie concesse su beni del debitore, effettuati in esecuzione del piano stesso. Perché si verifichi l’esonero da revocatoria è necessario che l’atto o il pagamento siano fatti all’interno del piano attestato. Non è necessario che il piano richiami espressamente il pagamento di cui si richiede l’esonero da revocatoria, essendo sufficiente che ci sia un nesso consequenziale fra il pagamento effettuato e il piano di risanamento. I creditori che  non aderiscono al piano di risanamento attestato mantengono inalterati i propri diritti riguardanti i rispettivi crediti, per quanto riguarda per esempio le scadenze di pagamento o l’ammontare totale.

Accordo di ristrutturazione debito

Anche l’accordo di ristrutturazione del debito consiste, come il piano attestato, in un contratto privatistico fra l’imprenditore in crisi  e i propri creditori. In questo caso, però, l’accordo deve essere sottoposto a verifica dell’autorità giudiziaria. Con l’accordo di ristrutturazione del debito, infatti, l’impresa tenta di raggiungere un accordo con i creditori, che viene verificato dal giudice, il quale lo approva solo dopo che sia stato espresso il consenso si almeno il 60% dei creditori sociali.

L’imprenditore deve, quindi, trovare l’accordo con la maggioranza dei creditori. Questo perché, secondo il legislatore, solo grazie al via libera di gran parte dei propri creditori, l’imprenditore in crisi riuscirà a risanare la propria impresa, riorganizzando complessivamente la propria esposizione debitoria. L’accordo, inoltre, deve garantire l’integrale pagamento dei creditori che rimangono estranei all’accordo stesso.

Gli accordi di ristrutturazione del debito si svolgono in una prima fase basata sulla negoziazione fra l’imprenditore e i creditori e in una seconda fase caratterizzata dall’intervento del tribunale che valuta l’accordo, verifica i requisiti e procede all’omologazione dell’accordo stesso. Infine, vi è l a pubblicazione dell’accordo presso il registro delle imprese.
In sostanza, l’imprenditore deposita presso il tribunale competente l’accordo di ristrutturazione e la documentazione necessaria, come ad esempio il bilancio della società e l’elenco dei creditori. Come per il piano attestato è necessaria la valutazione dell’accordo da parte di un professionista terzo con il quale venga certificata la veridicità dei dati aziendali e l’attuabilità dell’accordo.

Come abbiamo visto, l’accordo di ristrutturazione del debito presuppone il pagamento integrale dei creditori che non aderiscono all’accordo. Fermo restando questo punto, è prevista però una particolare regola secondo la quale l’imprenditore in crisi può usufruire di una moratoria di 120 giorni per il pagamento dei creditori dissenzienti e/o estranei. Oltre a questa moratoria, vi sono altri benefici a favore dell’impresa che raggiunge un accordo di ristrutturazione del debito. Dalla data di pubblicazione presso il registro delle imprese, infatti, è vietato l’inizio o la prosecuzione di azioni cautelari ed esecutive sul patrimonio del debitore e di acquisire titoli di prelazione (per esempio pegni, ipoteche) se non concordati. In questa maniera si garantisce una certa integrità del patrimonio dell’imprenditore, in modo da permettere a quest’ultimo di attuare il piano di ristrutturazione.

L’accordo di ristrutturazione del debito inoltre esonera l’imprenditore dall’obbligo di riduzione del capitale sociale o dallo scioglimento della società, a causa del verificarsi di considerevoli perdite d’esercizio. All’interno dell’accordo di ristrutturazione del debito, infine, l’imprenditore in stato di crisi può proporre anche la transazione fiscale, con la quale viene richiesto all’amministrazione finanziaria la dilazione e/o il pagamento parziale di alcune imposte, nonché dei contributi previdenziali e assistenziali.

 

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Fonte notizia: Sistema Ratio.

Autore:
redazione


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