Il fenomeno del reshoring: dati e motivazioni + 3 case di successo

Pubblicato martedì 20 mar 2018 alle 04:55PM in Estero

Focus sul fenomeno del reshoring: dati, motivazioni e 3 best case italiane da cui prendere ispirazione per riportare la produzione aziendale in patria

A volta capita di dover tornare sui propri passi. Succede anche nel mondo imprenditoriale con il fenomeno conosciuto con il nome di reshoring. In altre parole: aziende che avevano delocalizzato la produzione all’estero, tornano in patria. Il reshoring è il contrario dell’offshoring e ultimamente è sempre più frequente. Le cause di questo dietro front sono da rintracciarsi nell’aumento della manodopera nei paesi esteri più gettonati (come Cina, Vietnam, Romania o Serbia), ma anche nella volontà delle economie europee e americane di far tornare le imprese in patria e agevolare quel processo di crescita di cui abbiamo tanto bisogno.

Decidere di delocalizzare la produzione industriale della propria azienda è senza dubbio una scelta strategica, scelta dettata dalla necessità di avere un costo di produzione minore, nonché dalla volontà di cercare nuovi mercati per fare business. I paesi che nel tempo hanno fatto più gola agli imprenditori italiani sono stati la Cina e i paesi dell’Est Europa, che hanno visto un vero e proprio esodo. Oggi il controesodo è guidato, non solo dalla ricerca di risparmio, ma da un insieme di motivazioni che influenzano in egual misura la scelta definitiva di fare la valigia e tornare a casa.

 

I DATI E LE MOTIVAZIONI DEL RESHORING

Una ricerca - relativa al settore manifatturiero - condotta dal Gruppo Uni-Club MoRe Reshoring su 600 imprese (dati aggiornati a fine 2015) che hanno deciso di rimpatriare la propria attività, evidenzia quali sono le prime 10 motivazioni che spingono le aziende a tornare in patria:

•    Il 24% decide di ritornare in patria per i costi logistici, del lavoro, del coordinamento delle attività produttive e dell’energia troppo alti;
•    Il 22% vuole rimpatriare la produzione per l’effetto “made in”, ovvero la produzione in patria è percepita dai clienti come migliore e di qualità per cui più appetibile;
•    Il 21% si sposta perché la produzione delocalizzata ha una scarsa qualità;
•    Il 18,4% dichiara di attivare processi di reshoring a causa del differenziale costo del lavoro;
•    Il 18% delle azienda è spinto dai costi totali che non sono convenienti;
•    Il 17,3% ritorna per avere una gestione del cliente migliore;
•    Il 14% perché i tempi di consegna sono lunghi;
•    Il 12,3% dichiara di essere tornato in patria a seguito degli incentivi pubblici istituiti proprio per attirare le imprese nel loro paese di origine;
•    Il 12,1% delle imprese intervistate dice di voler tornare per essere più vicino a quel processo di innovazione fondamentale per la competitività dell’azienda stessa;
•    Il 12% è motivato a tornare in conseguenza a un processo di riorganizzazione globale dell’impresa.

Una volta delocalizzare la produzione aziendale sembrava l’unica via strategica da seguire per far competere la propria attività su un terreno molto più sfidante, oggi invece è vero il contrario: produrre in patria può essere preferibile. Decidere di tornare o no, non è facile. Qui gli imprenditori e i manager sono chiamati a dotarsi di particolari skill, che fanno riferimento alla capacità di analisi e di decision making. E non sono infrequenti i casi in cui le attività di rimpatrio siano ostacolate da una inadeguata rete locale che le supporti.

 

I CASI ITALIANI DI RESHORING

In Italia il fenomeno del reshoring è più grande che in altri paesi. Probabilmente questa tendenza deve essere letta prendendo in considerazione il peso più forte che hanno le produzioni made in Italy in fatto di qualità ed eccellenza, soprattutto per quanto riguarda i settori dell’elettronica e del tessile. Il mercato internazionale, infatti, è molto più sensibile alle produzioni fatte in Italia al 100% e le aziende italiane non potevano rimanere immobili di fronte a questo richiamo, accettando la sfida di rimpatriare l’attività anche se questo comporta non poche difficoltà in termini economici, logistici e di organizzazione.

Lasciarsi ispirare da chi è tornato in Italia è il modo più giusto per capire il fenomeno del reshoring e farlo proprio. Come ad esempio l'azienda bolognese IMA. Attiva nel campo del packaging, la società ha deciso di trasferire in Italia, in Emilia per la precisione, le commesse di 5 attività tedesche acquisite negli anni del suo status estero. Con quasta iniziativa l'IMA è stata capace di aumentare l'occupazione italiana dando un segno importante al nostro Paese.

E ancora: chi non conosce Piquadro, azienda anch'essa bolognese, leader nel mondo fashion e accessori. Dopo anni di delocalizzazione in Cina, il management ha deciso di tornare a Gaggio Montano. Il motivo? I consumatori "non vogliono sentir parlare di made in China bensì di made in Italy”, come afferma il fondatore della compagnia Massimo Palmieri.

In Cina c'era andata anche l'azienda And Camicie, che nel 2013 ha deciso di tornare in Italia, dopo aver stipulato un accordo con una compagnia cinese che voleva proprio che i capi fossero realizzati al 100% a Venezia.

 

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Autore:
redazione


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